Sant’Ignazio di Loyola

“Si è fatto povero e mendicante per aver solo Dio come rifugio”

Per renderci conto di quanto lui stesso dice nella sua autobiografia, ‘Il racconto del pellegrino’, dobbiamo immedesimarci nella vita in Spagna del XVI secolo che vide su quella terra le lotte tra francesi e spagnoli e, alle loro spalle, papato e impero. Le famiglie nobili nei loro castelli raccoglievano soldati per difendere le terre. Anche se la grande aspirazione dei giovani rampolli era di essere valenti e nobili cavalieri, i saccheggi e le violenze dei soldati erano all’ordine del giorno e spesso sostitutivi della paga. Ma da ogni carattere Dio sa trarre cose sorprendenti se gli si apre la porta alla quale sempre bussa! Iñigo Lopez de Loyola, nacque ad Azpeitia, un paese basco, nel 1491, settimo e ultimo figlio del casato dei Loyola, uno dei più potenti della provincia di Guipúzcoa e signori di una fortezza con vaste terre. Perse la madre subito dopo la nascita e, sebbene destinato alla carriera ecclesiastica, ben presto dimostrò di preferire la vita del cavaliere come i suoi fratelli. Il padre prima di morire nel 1506, lo mandò in Castiglia da don Juan, ministro del re Ferdinando il Cattolico, per ricevere un’educazione adeguata: qui, come paggio, accompagnava don Juan e la corte. Per far luce sul suo temperamento basta dire che nel 1515 fu accusato di eccessi e di misfatti durante il carnevale: corteggiava le dame, si divertiva come i cavalieri dell’epoca. Alla morte di don Juan nel 1517, combatté al servizio del duca di Najera e viceré di Navarra, bramando onore in combattimento. Così, durante l’assedio francese di Pamplona del 1521, mentre tutti ormai trattavano la resa pur di salvarsi la vita, fu lui che guidò con coraggio i cavalieri in una resistenza incredibile, fino a quando una palla di cannone colpì le sue gambe costringendo la guarnigione senza la sua guida alla resa. I francesi lo trattarono con riguardo: rimase a Pamplona due settimane poi, in lettiga, fu trasferito nel suo castello. Qui, dopo due interventi chirurgici molto dolorosi alle gambe ed essere stato in fin di vita, poté lentamente rimettersi in piedi. Mai si lamentò di tanta sofferenza: strinse solo i pugni.  La palla di cannone fu parte di quel filo d’oro che il Signore tesse nella storia di ciascun uomo. Così, costretto a letto, chiese alla cognata libri di gesta cavalleresche, ma questa, non avendone trovati gli portò la ‘Vita di Cristo’ e la ‘Leggenda Aurea’, un saggio sulla vita dei santi. Inizialmente li sfogliò svogliatamente, ma poi si rese conto del pungolo che lasciavano nel suo cuore: che non siano proprio quelle dei santi le vere gesta cavalleresche? E che non sia Cristo l’unico Signore al quale debba fedeltà il cavaliere? E la vita stessa? Iniziò il travaglio interiore di un cavaliere preso tra i sogni di difficili imprese da offrire a una dama di sangue reale e quelle vite gloriose e ardue di san Francesco e di san Domenico. Come orientarsi? Si accorse lui stesso della differenza. Gli onori del mondo danno un piacere transitorio lasciandoci poi vuoti e delusi, quando invece l’andare a Gerusalemme a piedi nudi, praticando tutte le austerità abituali ai santi, non solo consola mentre ci si pensa, ma lascia soddisfatti e pieni di gioia.  Così, a poco a poco, imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitano in lui: uno di Dio e uno mondano. Illuminato da questa esperienza rifletté sulla vita passata e sentì, come primo bisogno, la penitenza, come accade ai santi. Animo generoso, ora innamorato di Dio, desiderava andare a Gerusalemme con austerità e digiuni come strumenti di addestramento spirituale. Iniziò la scrittura di un quaderno dove segnava in rosso le parole di Gesù e in azzurro quelle di nostra Signora. Appena sentì tornare le forze, decise, anche zoppicando, che era tempo di partire: al fratello disse di voler andare dal duca di Nájera. Partì da Loyola nel febbraio 1522 diretto a Barcellona. Viaggiò sempre senza dire chi fosse, per strada si fermò tre giorni all’abbazia benedettina di Monserrat per una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi e della spada, vestì quelli in tela ruvida di un povero e face voto di castità. Racconta nella sua autobiografia come la sua anima fosse ancora cieca e bisognosa di una guida: così, quando incontrò un moro, cavalcando fianco a fianco, discussero gentilmente fino a quando il discorso cadde su nostra Signora e lì fu tentato di difendere la Vergine usando la forza! Nel dubbio si affidò però al caso e al bivio della strada prese come segno di Dio la scelta del mulo di portarlo lontano dal moro! Da quando ebbe lasciato il castello non smise mai le penitenze e le flagellazioni notturne, anche se riconobbe di essere mosso più dal desiderio di scontare i propri peccati che dal voler piacere a Dio. Nel frattempo era scoppiata la peste e questo gl’impedì di raggiungere subito Barcellona. Si fermò nella cittadina di Manresa per più di un anno ove conduceva una vita di preghiera e di penitenza; malgrado il suo sottrarsi alla stima della gente, ben presto si fece un gran parlare di lui e della sua radicale conversione. Fu un tempo di tentazioni e preghiere, di elemosina e aridità, di riconfessare i peccati del passato e di riconosce come Dio gli insegnava al pari di un maestro di scuola con un bambino. A Manresa ricevette, presso il fiume Cardoner, quella che lui chiamò la “grande illuminazione” nella quale disse di aver visto più che nei sessantadue anni della sua vita, oltre alla possibilità di fondare una Compagnia di consacrati, e questo lo trasformò completamente. In una grotta dei dintorni, in piena solitudine, iniziò a scrivere una serie di meditazioni e di norme che, successivamente rielaborate, formeranno i celebri ‘Esercizi Spirituali’, fondamento della spiritualità dei Gesuiti. Ma non aveva abbandonato il progetto di recarsi pellegrino a Gerusalemme: arrivò nel 1523 a Barcellona ove si imbarcò da solo e senza denaro (“per avere solo Dio come rifugio) per Gaeta; da qui, sempre digiunando e mendicando, si recò a Roma per ricevere la benedizione di Adriano VI. Imbarcatosi a Venezia malgrado le precarie condizioni di salute, arrivò in Terrasanta dove visitò i Luoghi Santi e chiese insistentemente al Superiore dei Francescani di potere rimanere con loro. Cedette solo alla richiesta di obbedienza del priore e ripartì per la Spagna. Ma una tempesta lo portò sulle coste della Puglia e, nel gennaio 1524, a Venezia ove si chiese che cosa il Signore volesse da lui. Nell’andare poi da Ferrara a Genova, incontrò gli eserciti imperiale e francese; da entrambi viene arrestato e poi rilasciato come viandante pazzo. Rientrato a Barcellona intuì di dover studiare per poter essere un buon apostolo: iniziò perciò a trentatré anni con la grammatica latina poi, nel 1526, passò ad Alcalà per la Filosofia e gli studi universitari. Intanto parlava sempre delle cose di Dio, raccolse i primi compagni e questo suscitava sospetti: se non erano un ordine, cosa allora? Venne incarcerato e giudicato, lui e i suoi scritti, dall’Inquisitore. Ma nulla di male venne trovato nel modo di vivere poverissimo e negli ‘Esercizi’. Quando fu interrogato Ignazio premetteva sempre di non conoscere cosa insegnassero gli esperti su quegli argomenti. Poi dava la sua spiegazione del primo comandamento con tanta ampiezza che rinunciavano a porgli altre domande. A proposito degli ‘Esercizi’, insistevano sul punto che riguarda la differenza tra peccato veniale e mortale. La sua risposta fu invariabilmente: «Se questo è vero o no decidetelo voi; e se non è la verità condannatelo.» Alla fine se ne andarono senza aver pronunciato alcuna condanna. Mentre era in prigione venne a trovarlo anche il cardinale di Burgos che si dispiacque per la sua prigionia, ma si sentì dare la stessa risposta che Ignazio aveva dato a una signora che lo commiserava: «Con questo dimostrate solo che non avete alcun desiderio di essere incarcerata per amore di Dio.» Anche a Salamanca venne nuovamente interrogato. Fu ancora lui a insistere per avere la sentenza che risultò a suo favore anche se gli imposero delle limitazioni nell’insegnamento del suo pensiero. Proprio perché si sentiva limitato nel suo desiderio di parlare di Dio, nel 1528 decise di andare a completare gli studi di Filosofia a Parigi. Partì da solo con i libri a dorso di mulo. A Parigi subito gli portarono via il poco denaro costringendolo a mendicare per pagarsi gli studi e a recarsi nelle Fiandre per procurarsi il sostentamento. Viveva all’ospedale e, siccome il suo insegnamento e la diffusione degli ‘Esercizi’ ben presto convertirono a Cristo le vite di maestri e persone illustri, venne nuovamente denunciato. Ma l’Inquisitore, letti gli ‘Esercizi’, li lodò e ne chiese una copia. La sua salute peggiorava e i medici gli dissero che ormai solamente l’aria nativa poteva giovargli. Insistevano anche i compagni. Intanto, già nel 1534 nella Cappella di Montmartre, con loro – i giovani maestri Pietro Favre, Francesco Xavier, Lainez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla – aveva già fatto voti di povertà e castità, promesso di recarsi a Gerusalemme o, se impossibilitati a partire entro un anno, di mettersi a disposizione del papa che avrebbe deciso della loro vita apostolica e il luogo dove spenderla per la maggiore gloria di Dio. Nel 1535, Ignazio si lasciò convincere dai compagni di recarsi in Spagna per rimettersi. Arrivato nei pressi del suo castello rifiutò comunque l’accoglienza del fratello; visse all’Ospizio, mendicava e insegnava: molti venivano ad ascoltarlo e, tra gli altri, anche suo fratello. Poi ripartì e, dopo un naufragio e varie peripezie, si riunì a Venezia con i compagni all’inizio del 1537. Qui, trovata la peste, prestarono servizio nei vari ospedali. Quelli che non erano ancora sacerdoti vennero ordinati ad titulum paupertatis. Ma in quell’anno non salpavano navi per l’Oriente perché i Veneziani avevano rotto le relazioni diplomatiche con i Turchi. Perciò si sparsero per il territorio veneto. Ignazio andò con Favre e Laínez, a Vicenza ove dormirono sulla paglia in una casa in rovina, chiedevano l’elemosina e pregarono per quaranta giorni. Poi, tutti e quattro si diedero alla predicazione. Si recarono in quattro diverse piazze e, lo stesso giorno e alla stessa ora, dopo avere chiamato la gente a gran voce ciascuno cominciava la sua predica. Questi discorsi suscitarono profonda impressione in città e molte persone ne furono affascinate. Intanto, passato un anno, il viaggio in Terrasanta era sfumato. Si presentano al papa Paolo III che disse loro: «Per portare frutto nella Chiesa di Dio l’Italia è una buona Gerusalemme!» Già tre anni dopo questi “preti pellegrini”, chiamati poi Gesuiti, cominciarono a essere inviati prima in Europa, poi in Asia e in altri continenti. Ignazio con due compagni si avvicinava a Roma e, a quattrodici chilometri a nord della città in località La Storta, una visione lo confermò nell’idea di fondare una “Compagnia” che portasse il nome di Gesù. Il 27 settembre 1540, papa Paolo III approvò la “Compagnia di Gesù” con la bolla “Regimini militantis Ecclesiae”. L’8 aprile 1541 Ignazio venne eletto all’unanimità Preposito Generale. Dal 1544 al 1550 padre Ignazio, divenuto l’apostolo di Roma, redisse le ‘Costituzioni’ del suo Ordine, mentre i suoi figli si dispersero in tutto il mondo. Rimasto a Roma per volere del papa, coordinava l’attività dell’Ordine e, nonostante dolori lancinanti allo stomaco, limitava a quattro ore il sonno per adempiere tutti i suoi impegni e per dedicarsi alla preghiera e alla celebrazione della Messa. Il 31 luglio 1556, il soldato di Cristo, morì in una modestissima camera della Casa a Roma. Fu beatificato nel 1609 e canonizzato nel 1622 da papa Gregorio XV. Le ‘Costituzioni’ fissano lo spirito della Compagnia: è un Ordine di “chierici regolari” analogo ad altri sorti nello stesso periodo, ma con il forte accento sull’aspetto militante al servizio della Chiesa. Lo spirito monastico non è adattato a un apostolato svolto in un mondo in rapida trasformazione spirituale e sociale; così la stabilità della vita monastica è sostituita da una grande mobilità dei suoi membri, legati però all’obbedienza ai superiori e al papa; le preghiere del coro diventano l’orazione mentale. É considerata essenziale la preparazione culturale. Ai tre voti di povertà, castità e obbedienza, è aggiunto un quarto voto di speciale obbedienza al papa. La spiritualità della Compagnia si basa sugli ‘Esercizi Spirituali’ di san Ignazio ed è caratterizzata dall’abbandono alla volontà di Dio attraverso l’obbedienza ai superiori, da una profonda vita interiore, dalla mortificazione dell’egoismo e dell’orgoglio e dallo zelo apostolico nella totale fedeltà alla Santa Sede. I Gesuiti non possono possedere personalmente rendite fisse e fanno anche il voto speciale di non aspirare a cariche ecclesiastiche. In origine la Compagnia si presentava come un gruppo missionario a disposizione del Pontefice e fece fronte alle più urgenti necessità di predicazione, di catechesi, di riforma del clero, nella Controriforma e nell’evangelizzazione dei nuovi Paesi (Oriente, Africa, America). Nel 1547, san Ignazio affidò alla sua Compagnia il nuovo compito, inizialmente non previsto, dell’insegnamento che sarebbe diventato poi una delle attività principali dell’Ordine come testimoniano i prestigiosi Collegi sparsi per il mondo. Alla morte di san Ignazio, nel 1556, la Compagnia contava già mille membri. L’attività missionaria si ampliò dopo che, nel 1541, san Francesco Xavier, fu inviato in India e nel Giappone, e padre Matteo Ricci in Cina. Seguirono America Meridionale, specie Brasile, con le famose ‘Riduzioni’. Comunque, attraverso le varie e alterne vicende storiche, tra le quali la soppressione dell’Ordine e la successiva restaurazione, la Compagnia di Gesù annovera, nel anno 2002, tra i suoi figli ben quarantanove Santi di cui trentaquattro martiri, cento quarantasette Beati di cui cento trentanove martiri e centinaia di Servi di Dio. Il numero di martiri testimonia la vocazione missionaria dei Gesuiti e la loro affezione a Gesù con la missione di farlo conoscere agli uomini nonostante i pericoli e le persecuzioni. Il nostro carissimo papa Francesco è un dono della Compagnia di Gesù!  Papa Francesco ben rispecchia il fondatore nel continuo richiamarci a una povertà vissuta come necessaria, più del dare i propri averi, perché descrive ciò che abbiamo veramente nel cuore: il bisogno di Lui.

Paola