Sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza

Riportiamo qui di seguito il testo dell’omelia tenuta da mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, durante la Veglia missionaria Duomo di Milano del 27 ottobre 2018. A questo link il pdf originale.

 

1. Raccolgono domande.

Raccolgono domande. Raccolgono domande sulla strada che scende da Gerusalemme verso Gaza, sulla strada che esce dalla città santa e si inoltra nella terra delle genti. Raccolgono domande: lo stupore di chi legge le pagine sante dei profeti e degli apostoli li stupisce. “Di chi parla la profezia? che senso potrà mai aver questo innocente soffrire dell’agnello senza voce?”. Raccolgono domande: il venire alla coscienza del dramma dell’innocente ucciso è l’enigma della storia. Le certezze si incrinano, la persuasione che ci sia un ordine nel mondo e un disegno nella storia si sente ferita, travolta dal troppo dolore, dal troppo sangue, dall’ingiustizia troppo insopportabile. “Come potrei capire se nessuno mi guida?”. I discepoli mandati sulle strade di tutto il mondo che cosa vanno a fare sulla strada che scende da Gerusalemme verso Gaza? Vanno a raccogliere domande. Le domande del lettore sconcertato alla parola del profeta, le domande dell’uomo e della donna sconvolto dall’assurdità della storia, le domande che non si fanno parola, ma solo pianto, gemito, grido di protesta, sangue versato che grida verso Dio come il sangue di Abele. I discepoli, i missionari vanno a raccogliere domande. I missionari raccolgono domande: ascoltano, si avvicinano al carro che porta ciascuno al suo lavoro, al suo paese, al suo mondo di abitudini e di inquietudini, di speranze e di disperazione, di spaventi e di enigmi. I missionari suscitano domande: “capisci il senso di quello che leggi? capisci il senso di quello che vivi? capisci il disegno che guida la tua storia e la storia del mondo?”. Così vanno i missionari per le strade della terra, come gente che raccoglie domande.

2. Hanno dimenticato le risposte?

Raccolgono domande, ma hanno forse dimenticato le risposte. Si lasciano inquietare dalle inquietudini. Si inoltrano nello smarrimento. La confusione li confonde, la complessità li disorienta. Salgono sul carro che scende verso Gaza e lasciano alle spalle Gerusalemme. Entrano nell’incertezza e nella nebbia dell’enigma e vedono scomporsi il disegno così chiaro e persuasivo, la legge così precisa e rassicurante, le idee così chiare e distinte che si imparano a Gerusalemme. Le affermazioni così perentorie che hanno imparato, le certezze così ovvie che hanno assimilato, per così dire, dall’ambiente, le parole così persuasive che hanno sempre sentito ripetere si rivelano così inopportune di fronte alle domande del viandante in certo, si rivelano così poco convincenti di fronte alle domande che vengono da altrove. I discepoli mandati a raccogliere domande danno l’impressione di aver dimenticato le risposte: si convincono all’operosità generosa che soccorre il bisogno senza parlare di quello che è avvenuto in Gerusalemme. Sono talora come intimiditi, imbarazzati. Sono talora inclini al silenzio buono, alla presenza amica, allo sguardo compassionevole. Infatti non sanno la lingua in cui dire le risposte. Inviati in missione si rivelano come bambini che devono ancora imparare a parlare. Sono umili e discreti. Ma intanto le domande restano lì, sospese. Si diffonde l’impressione che esistano solo le domande.

3. Non ci resta che annunciare Gesù.

Ma l’esempio di Filippo incoraggia coloro che sono inviati ad annunciare il Vangelo, ad annunciare Gesù. Gli inviati non hanno ideologie con cui indottrinare, non hanno culture da esportare, ma una parola da dire ce l’hanno, una risposta da offrire è per loro irrinunciabile. Annunciano Gesù. C’è un solo nome sotto il cielo in cui c’è salvezza, c’è una sola storia che rende possibile che i miti della terra non siano vittime di una storia insensata, ma chiamati alla salvezza e alla conoscenza della verità. I discepoli inviati non possono tacere il nome della speranza: sarebbe patetica la loro compassione, sarebbe un palliativo la loro generosità, sarebbe un anestetico la loro amicizia se non annunciassero Gesù. Bisogna percorrere molte strade che scendono da Gerusalemme e avventurarsi in molte città per convertire l’ortodossia della città santa nella parola che risponde alle domande e che offre pace alle inquietudini. E’ questa la missione che siamo chiamati a vivere. E’ questa la missione che il Signore affida a tutti noi e che anima coloro che stasera ricevono il mandato della nostra Chiesa per essere a servizio di altre Chiese. Noi, tutta la Chiesa, in ogni parte del mondo, non ha altro da dire che Gesù: sia benedetto il suo nome!

mons. Mario Delpini