Il Santo del Mese / Nunzio Sulprizio: “Tutto il bene viene da Dio”

Il 14 ottobre il papa ha canonizzato sette nuovi santi. Il più giovane è Nunzio, non a caso iscritto tra i Santi durante il Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Nunzio nasce il 13 aprile 1817 in Abruzzo a Pescosansonesco, borgo roccioso oggi in provincia di Pescara. Suo padre è calzolaio e la madre filatrice. A tre anni lo portano al Vescovo di Sulmona, in visita pastorale nel vicino paese di Popoli, per la cresima. In quello stesso anno muore papà Domenico a soli ventisei anni; due anni dopo, mamma Rosa si risposa, anche per trovare un sostegno economico. Il patrigno tratta male il piccolo Nunzio che così rafforza il legame con la madre e la nonna materna. Poco dopo muore anche la mamma e Nunzio, orfano a sei anni, è accolto a casa della nonna materna che si fa carico della sua formazione. Nonna e nipotino camminano insieme, pregano insieme, vanno ogni giorno insieme alla Messa e insieme adempiono i lavori di casa. Intanto Nunzio frequenta la scuola parrocchiale aperta dal parroco per i fanciulli poveri (quanto dobbiamo ai parroci dei paesi in quegli anni per l’educazione e la formazione umana!) crescendo in sapienza e virtù. È puro di cuore e lieto di poter servire la Messa; a imitazione dei santi visita spesso Gesù che tratta come amico da seguire ma con la concretezza dei bambini e grazie agli insegnamenti e all’esempio del buon prete e maestro. È socievole e aperto, gioca con i suoi piccoli amici e impara a leggere e a scrivere. Ma il 4 aprile 1826 muore anche la nonna. Lo zio materno lo prende come garzone. Toltolo dalla scuola, lo impegna nella sua bottega di fabbro in lavori pesanti, maltrattandolo e lasciandolo senza cibo quando ritiene che non faccia ciò che gli è stato chiesto. Le commissioni con il trasporto di pesanti carichi su grandi distanze, nella neve e nel freddo o sotto il sole, Nunzio le sbriga sempre vestito con poveri panni. Non mancano insulti e percosse. A noi, figli del nostro tempo, sembra impossibile che in simili condizioni un ragazzo possa non disperare. Ma nel chiuso di quell’officina, battendo sull’incudine, Nunzio non si sente solo, tutto vive col suo grandissimo Amico, Gesù Crocifisso; con Lui prega e offre “in riparazione dei peccati del mondo, per fare la volontà di Dio…e guadagnarsi il Paradiso”. Così piccolo ci testimonia la verità della frase di Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore tutto diventa un avvenimento nel suo ambito».
È già compagno dei più grandi mistici quali Teresa d’Avila che scrive: «Chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù, infatti, aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente… l’ho sperimentato più volte…».
Tutto ciò non è a buon prezzo per Nunzio: presto si ammala, ha una gamba gonfia, febbri altissime ed è stanchissimo. Quella sera, di ritorno da una commissione nella neve sulla montagna, va a letto senza dir nulla, ma l’indomani non regge più: una brutta piaga si è aperta sul suo piede. Lo zio lo manda a lavorare dicendogli: «Se non lavori, non mangi!».
Nunzio obbedisce, certo di fare così la volontà di Dio, ma è una tortura: la piaga ha bisogno di essere continuamente detersa e lui si trascina fino alla fontana del paese per farlo, ma viene presto cacciato dalle donne che temono inquini l’acqua. Trova allora un’altra fonte a Riparossa, dove da solo va spesso a pulire la piaga impreziosendo il tempo con il Rosario. Non si lamenta, anzi a tutti risponde con il sorriso, la preghiera, il perdono: «Sia come Dio vuole. Sia fatta la volontà di Dio». Appena può, si rifugia in chiesa e lì trova la gioia. Così gli accade, benché adolescente, di dar consigli sapienti ai contadini che lo interpellano. La malattia (presumibilmente una tubercolosi che si è estesa alle ossa per gli stenti) peggiora e lo costringe, nel 1831, a tre mesi di ricovero all’Ospedale de L’Aquila senza grandi risultati. Per Nunzio sono però settimane di riposo, di preghiera intensa e di carità per gli altri ricoverati. Rientrato a casa, è costretto dallo zio a chiedere l’elemosina per sopravvivere. Commenta: «È molto poco che io soffra, purché riesca a salvare la mia anima, amando Dio». Finalmente, uno zio paterno, Francesco Sulprizio, militare a Napoli, informato da un uomo di Pescosansonesco delle gravi condizioni del ragazzo, lo accoglie nella sua casa e lo presenta al Colonnello Felice Wochinger, conosciuto, per la grande fede e l’inesauribile carità, come “il padre dei poveri”. È l’estate 1832 e Nunzio ha quindici anni. Wochinger si accorge di trovarsi di fronte ad un vero “angelo” del dolore e dell’amore a Cristo, un piccolo martire. Si stabilisce tra i due un rapporto di padre e figlio. Per prima cosa, provvedendo lui al necessario, cerca di farlo curare all’ospedale di Santa Maria del Popolo, detto “degli Incurabili”. Nunzio è ricoverato dal 20 giugno 1832; medici e malati si accorgono ben presto della sua eccezionalità. Appena ricoverato, domanda di poter ricevere la Prima Comunione perchè al suo paese si usava aspettare fino ai quindici anni, perciò aveva ricevuto la cresima a tre anni ma non ancora la prima comunione. Al sacerdote che gli domanda: «Soffri molto?» risponde: «Sì, faccio la volontà di Dio». Alla domanda: «Che cosa desideri?», Nunzio risponde: «Confessarmi e ricevere Gesù per la prima volta!». Viene subito preparato alla prima Comunione, il giorno più bello della sua vita. Il suo confessore dirà: «Da quel giorno la Grazia di Dio incominciò a operare in lui fuori dell’ordinario, da vederlo correre di virtù in virtù. Tutta la sua persona spirava amore di Dio e di Gesù Cristo».
Purtroppo i medici non possono guarirlo, perciò il 4 aprile torna a casa presso il colonnello nel Maschio Angioino, già castello dei re di Napoli, ora adibito a caserma. Anche qui a Nunzio non mancano disagi e sofferenze, sempre sopportati con pazienza. Il colonnello lo tratta da figlio carissimo, ma i servi del castello gli fanno dispetti. Lui non pensa nemmeno di denunciare l’accaduto al colonnello. Per due anni, si sottopone con pazienza a tutte le terapie prescritte, tra l’ospedale di Napoli e le cure termali a Ischia. Appena sta meglio, è lui che va a visitare gli altri malati, specie se coetanei. Li prepara a ricevere i Sacramenti, a vivere più intensamente da cristiani, a dare valore al dolore; prega con loro e porta loro la speranza. Finalmente può abbandonare le stampelle e camminare con il solo bastone. È sereno, prega molto, stando a letto o in cappella davanti al Tabernacolo, al Crocifisso o all’Addolorata. Come sempre accade non sono le parole, ma la presenza di una persona che le incarna a toccare i cuori e ad essere annuncio. Tutti quelli che lo avvicinano percepiscono in lui il fascino della santità e non si stupiscono quando questo ragazzo raccomanda loro: «Siate sempre con il Signore, perché da Lui viene ogni bene. Soffrite per amore di Dio e con allegrezza» o quando ripete la sua invocazione preferita alla Madonna: «Mamma Maria, fammi fare la volontà di Dio».
Pensa anche di consacrarsi a Dio e, per questa ragione, riprende a studiare imparando anche un po’ di latino; si fa approvare dal confessore una regola di vita per la giornata: preghiera, meditazione, Messa al mattino, ore di studio durante il giorno con buoni maestri e Rosario alla Madonna verso sera. Inizia anche a indossare una specie di divisa, composta da gilet e pantaloni marroni, che fa benedire da un padre carmelitano. Il Colonnello, intuendo la sua decisione, gli presenta don Gaetano Errico (poi canonizzato nel 2008), che da poco ha fondato i Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria a Secondigliano (Napoli). Don Gaetano, a chi fa obiezione per la malattia di Nunzio, risponde: «È un giovane santo e a me interessa che il primo a entrare nella mia Congregazione sia un santo, non importa se infermo». Nunzio non riuscirà ad entrare perché a causa delle sue condizioni di salute. Spesso viene a tenergli compagnia un certo fra’ Filippo, dell’Ordine degli “Alcantarini” che lo accompagna, finché riesce a camminare, nella chiesa di S. Barbara situata nel castello. Presto però l’aggravarsi delle condizioni di salute lo costringono a letto, da Nunzio intese come offerta viva a Dio. Il colonnello, standogli molto vicino e ricambiato da grande riconoscenza filiale, comprende che si avvicina l’ora della separazione fino al Paradiso. Nel marzo 1836, la situazione precipita: febbre altissima, dolori forti, il cuore non regge più. Nunzio prega e offre, per la Chiesa, per i sacerdoti, per la conversione dei peccatori. Chi passa raccoglie parole di abbandono fiducioso: «Gesù ha patito tanto per noi, per darci la vita eterna. Se soffriamo per poco, godremo in Paradiso…Gesù ha sofferto molto per me. Perché io non posso soffrire per Lui? …Vorrei morire per convertire anche un solo peccatore».
Il 5 maggio 1836, Nunzio si fa portare il Crocifisso e chiama il confessore. Riceve i Sacramenti, conforta il suo benefattore: «State allegro, dal Cielo vi assisterò sempre». Verso sera, esclama contento: «La Madonna, la Madonna, vedete quanto è bella!». Ha solo diciannove anni quando va a vedere il volto di quell’Amico che ha sempre preferito a tutto. Attorno si spande un profumo di rose. Il suo sepolcro è da subito meta di pellegrinaggi. Già nel 1859, papa Pio IX dichiara che ha vissuto le virtù cristiane in grado eroico. Nel 1963, davanti a tutti i Vescovi del mondo riuniti nel Concilio Vaticano II, papa Paolo VI lo iscrive tra i Beati e ora papa Francesco canonizzandolo lo addita a modello per i giovani operai e per tutti i giovani di oggi. Questo giovane che, vissuto solo e nel dolore, ha compiuto in breve tempo, ma pienamente e intensamente, la sua giovinezza grazie a Gesù amato e seguito. Quel giovane sconosciuto, venuto dai monti abruzzesi con la qualifica di operaio fabbro, ha attirato con la sua vita l’attenzione della Chiesa e non solo di questa: il re di Napoli, Ferdinando II, ha versato mille ducati per finanziare l’apertura della sua causa di beatificazione! Due miracoli a lui attribuiti ne hanno permesso la beatificazione: nel 1929, la guarigione di Donato Romano di Pescosansonesco, ammalato di otite purulenta, guarito bagnandosi alla fonte di Riparossa, dove Nunzio andava a lavare le sue ferite e, nel 1942, la guarigione da un tumore in fossa iliaca della diciannovenne napoletana Maria di Lauro. Per la canonizzazione è stato valutato un terzo miracolo, quello di un giovane di Taranto, Pasquale Bucci che, nel 2004, dopo un incidente motociclistico era rimasto in stato vegetativo. Sul luogo dell’incidente era stata trovata un’immagine del Beato Nunzio, che il giovane portava sempre con sé: per questo i familiari avevano fatto arrivare una sua reliquia dalla parrocchia di San Domenico Soriano che la madre aveva appoggiato sulla fronte del malato. Dopo qualche tempo, Pasquale migliorò fino guarire completamente.
La memoria liturgica di Nunzio Sulprizio è stata fissata al 5 maggio, giorno della sua nascita al Cielo. Il 5 di ogni mese, nella parrocchia di San Domenico Soriano dove è sepolto, è possibile ottenere l’indulgenza plenaria. Altre sue reliquie sono venerate nel Santuario a lui dedicato, scavato nella roccia, nel suo paese natio. Una parrocchia gli è stata intitolata a Mugnano (Napoli) e, nel 1993, è nato il Centro d’Accoglienza Beato Nunzio Sulprizio (CABENUS) che in vari quartieri di Napoli aiuta i ragazzi in difficoltà.
Certo, a noi una vita così pare impossibile e irraggiungibile! ma in realtà ci parla di quell’esperienza umanissima che i santi ben conoscono e che papa Francesco ha ricordato nell’Omelia del 18 ottobre commentando il Vangelo del giovane ricco.

Gesù è radicale. Egli dà tutto e chiede tutto: dà un amore totale e chiede un cuore indiviso…. possiamo dargli in cambio le briciole? A Lui, fattosi nostro servo fino ad andare in croce per noi, non possiamo rispondere solo con l’osservanza di qualche precetto. A Lui, che ci offre la vita eterna, non possiamo dare qualche ritaglio di tempo. Gesù non si accontenta di una ‘percentuale di amore’: non possiamo amarlo al venti, al cinquanta o al sessanta per cento. O tutto o niente. Cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è come una calamita: si lascia attirare dall’amore, ma può attaccarsi da una parte sola e deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo; o vivrà per amare o vivrà per sé. Chiediamoci da che parte stiamo. Chiediamoci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio. Ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, veramente disposti a lasciare qualcosa per Lui?… La tristezza è la prova dell’amore incompiuto… Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde sempre la gioia, quella gioia di cui oggi c’è gran bisogno… Gesù oggi ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia, che sono l’incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. I santi hanno percorso questo cammino. Oggi ci esorta ancora, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità… questo ha vissuto anche il nostro ragazzo abruzzese, Nunzio: il santo giovane, coraggioso, umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell’offerta di sé stesso. Tutti questi santi, in diversi contesti, hanno tradotto con la vita il Vangelo di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare. Il Signore ci aiuti a imitare i loro esempi”.

Perché oggi è di un annuncio così che c’è bisogno, di persone che, trasformate dall’amore a Lui, siano annuncio così in tutto quello che fanno. Questa realtà vivente e incontrabile, non altro, è la novità del cristianesimo.

Paola