La parrocchia come “famiglia spirituale”: tre domande per coinvolgere gli stranieri

Cara comunità di Turro,

Mi faccio vivo, in questa prima edizione 2019 del ‘Condividere per Unire’, per condividere, appunto, un’esperienza di queste ultime settimane.

È ormai tradizione consolidata che durante il tempo di Natale i missionari italiani presenti a Manila si ritrovino per salutarsi, scambiarsi gli auguri e passare un paio d’ore in allegra compagnia, anche con un paio di giri di tombola, concludendo l’incontro con il pranzo. Quest’anno, il 3 gennaio, eravamo una trentina incluso un ‘ospite speciale’: don Graziano Gavioli, prete diocesano di Modena, che ci raccontò il perché dell’esperienza di ‘migrazione’, ormai all’inizio del secondo e ultimo anno, che sta trascorrendo in un quartiere degradato di Manila.

Don Graziano, quarantaquattrenne ordinato sacerdote nel 2002, dal 2006 al 2016 è stato parroco della parrocchia di S. Agostino e S. Barnaba in Modena città. Come a Milano, anche a Modena ci sono gruppi di immigranti cattolici che abitano nel territorio di una parrocchia e che, desiderosi di continuare il loro cammino di fede, cercano un luogo di riferimento. Don Graziano, invece di mettere a disposizione solo degli spazi (aule, salone e quant’altro) e del tempo (per conoscere i vari gruppi etnici e con loro celebrare la S. Messa), ha fatto la scelta di integrare i gruppi linguistici nel cammino pastorale della parrocchia. Ovviamente, le difficoltà non sono mancate! I parrocchiani italiani non capivano perché il ‘loro’ parroco dovesse dedicare tempo e attenzioni agli stranieri, mentre i ‘non italiani’ erano riluttanti a partecipare alle attività proposte, soprattutto per le inevitabili difficoltà linguistiche.
Ma con buona volontà (vedi l’organizzazione di gruppi multilinguisti per la catechesi degli adulti), perseveranza (quanto ha dialogato, don Graziano, con l’uno o l’altro gruppo!) e tempo (per conoscersi e superare le ‘paure’) i frutti non sono mancati: ora, ci sono famiglie italiane e straniere che sono diventate amiche e trascorrono le vacanze insieme!

Per capire meglio la cultura dei gruppi linguistici presenti in parrocchia (e così donare un servizio più qualificato, come celebrare la S. Messa nella loro lingua), don Graziano ha chiesto al suo vescovo di poter lasciare la parrocchia per due anni, venire a Manila, imparare il Filippino e fare un’esperienza pastorale in un contesto di ‘periferia’. In questo modo, non solo sta imparando la lingua e la cultura, ma ha anche sperimentando sulla propria pelle cosa significa essere ‘migrante’: trovarsi in una realtà (luogo, abitudini, valori, sensibilità) completamente diversa, sentirsi ‘sradicato’ (nulla intorno è familiare, abitare come ospite in casa d’altri), doversi fidare (che ti indichino la strada giusta, che ti trattino decentemente, che non ti imbroglino…), soffrire la solitudine (non conoscere nessuno, non poter avere un dialogo approfondito, non poter bere un caffè con un amico) e la nostalgia di casa (sentire la mancanza di un piatto di spaghetti al ragù, non poter mangiare una pizza…). Un’esperienza, dice don Graziano, che gli ha ‘aperto gli occhi’ e lo ha aiutato a capire gli atteggiamenti e reazioni degli immigranti che ha conosciuto in parrocchia a Modena!

A noi missionari, l’esperienza di don Graziano è sembrata una bellissima novità per la pastorale parrocchiale in Italia e in Europa:
Con il grande afflusso di singoli e famiglie di altri popoli e culture avvenuto nell’ultimo decennio, è ancora possibile che una comunità cristiana continui a pensare di poter appartenere ad una parrocchia che si rivolge solo agli italiani?
Senza considerare le nuove e innumerevoli possibilità di ‘essere missionari’ rimanendo nei confini del proprio quartiere (poiché ogni cristiano è chiamato a essere missionario, anche se non tutti sono poi chiamati a lasciare famiglia, lavoro e patria per andare in missione ‘ad gentes’), potremmo almeno aiutare gli immigranti cattolici residenti nel territorio della parrocchia nel praticare in modo significativo la propria Fede?
Il fatto che i parrocchiani stranieri e noi parrocchiani autoctoni, nati e cresciuti nella parrocchia che, magari, è la stessa della nostra famiglia da due o più generazioni, professiamo la stessa fede in Cristo Gesù, non ci rende forse tutti ‘fratelli e sorelle in Cristo’? Cosa ci impedisce, allora, di vivere davvero da ‘fratelli e sorelle’, almeno quelle attività che sono il segno esteriore della fede, cioè l’Eucarestia e le ordinarie attività della comunità parrocchiale, la nostra comune ‘famiglia spirituale’?

Allo stesso tempo, quest’esperienza è la realtà che interroga noi missionari rispetto al nostro modo di porci di fronte alle parrocchie di origine, comunità nelle quali è maturata la nostra vocazione missionaria e delle quali ci sentiamo un po’ gli ‘inviati’: il nostro ‘partire’ dovrebbe essere stimolo per ‘chi rimane’ ad aprirsi ulteriormente agli altri con spirito missionario più che un ‘sentirsi a posto’, visto che un missionario in parrocchia c’è già. Non sono affatto sicuro che l’essere un “inviato speciale” di Turro sia di aiuto alla comunità e sarò ben contento di leggere su un prossimo ‘Condividere x Unire’ le vostre impressioni, opinioni e reazioni su questo tema e sulle tre domande che vi ho rivolto. Ci conto!
In questo modo, spero, il mio CONDIVIDERE sarà davvero servito PER UNIRE!

Un abbraccio forte,

Fabio