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Paolo era nato nel 1556 da una famiglia nobile e benestante di Kyoto, importante città d’arte e di cultura. Era figlio di un nobile samurai, convertito al cristianesimo assieme ad alcuni monaci buddisti.
Fu battezzato a 5 anni e da ragazzo entrò nel seminario dei gesuiti. A 22 anni era novizio, proseguì gli studi di teologia fino a diventare sacerdote.
Il giovane religioso riusciva bene in tutto (eccetto che in latino!). I suoi superiori perciò gli chiesero di approfondire la cultura del suo popolo, a tutti i livelli, per essere in grado di dialogare con i vari strati sociali della società giapponese: con la gente colta come i monaci buddisti e shintoisti e con quella povera di cultura e di altri mezzi materiali, spesso oppressi dai loro padroni.
Paolo riusciva a dialogare con ogni tipo di persona, colta o senza cultura, ricca e nobile o povera ed umile. E sempre con efficacia. Con il suo modo di fare e di dialogare si guadagnò la stima ed il rispetto di tutti. Era inoltre un predicatore valente e convincente sia con la parola sia con la testimonianza di vita.
Il lavoro di evangelizzazione tra la sua gente sembrava avere un sicuro avvenire, ricco di soddisfazioni apostoliche e di risultati di conversioni. I cristiani diventano decine di migliaia. Nel 1582-84 c’è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun (capo militare e politico) Hideyoshi, e lietamente accolta da papa Gregorio XIII.
Nel 1587 fu però lo stesso shogun a promulgare un editto di espulsione di tutti i predicatori cristiani per un complesso di motivi tra cui il timore che il cristianesimo minacciasse l’unità nazionale, già indebolita dai feudatari. Cominciava così la persecuzione: minacce di morte sul rogo a famiglie di giapponesi convertiti, chiese bruciate nei villaggi, proprietà confiscate di autorità.
Missionari costretti a lavorare in semi clandestinità. Presto lo shogun dittatore ordinò l’arresto dei missionari e dei loro collaboratori catechisti specialmente nelle città di Kyoto, Osaka e Nagasaki.
Paolo Miki fu arrestato nel 1596. E quando fu trasferito in carcere vi trovò altri missionari, alcuni francescani, catechisti laici, ragazzi chierichetti giovanissimi di 15 anni circa.
Anche in questa circostanza difficile, Paolo emerse con la sua personalità e con la sua santità diventando per tutti un punto di riferimento, di esempio e di coraggio, di pazienza e di costanza nella sofferenza per la propria fede.
Furono invitati tutti a rinnegare la propria religione ma nessuno lo fece. Furono minacciati a morte, mutilati (taglio di un orecchio), esposti al ludibrio e alla vergogna durante il viaggio di trasferimento, ma nessuno cedette.
L’esecuzione doveva avvenire per crocifissione, a Nagasaki. Così erano gli ordini, che furono eseguiti il giorno 5 febbraio. Erano 26 cristiani. E morirono qualcuno pregando in silenzio, qualche altro cantando i salmi, tutti perdonando ad alta voce il loro persecutore e i carnefici che eseguivano gli ordini di morte. Andando al supplizio, Paolo ripetè le parole di Gesù in croce: «In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum». Proprio così le dice in quel latino che da giovane studiava con tanta fatica. Nel 1862, papa Pio IX lo proclamerà
santo. Erano i primi martiri cristiani in terra di Giappone. Correva l’anno 1597.
DALLA STORIA DEL MARTIRIO:
“Piantate le croci, fu meraviglioso vedere in tutti quella fortezza alla quale li esortava sia Padre Pasio, sia Padre Rodriguez. Il Padre commissario si mantenne sempre in piedi, quasi senza muoversi, con gli occhi rivolti al cielo. Fratel Martino cantava alcuni salmi per ringraziare la bontà divina, aggiungendo il versetto: «Mi affido alle tue mani» (Sal 30,6). Anche Fratel Francesco Blanco rendeva grazie a Dio ad alta voce. Fratel Gonsalvo a voce altissima recitava il Padre Nostro e l’Ave Maria.
Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiarò ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il Vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: «Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano».
Si rivolse quindi ai compagni, giunti ormai all’estrema battaglia, e cominciò a dir loro parole di incoraggiamento.
Sui volti di tutti appariva una certa letizia, ma in Ludovico era particolare. A lui gridava un altro cristiano che presto sarebbe stato in Paradiso, ed egli, con gesti pieni di gioia, delle dita e di tutto il corpo, attirò su di sé gli sguardi di tutti gli spettatori. Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo “Laudate, pueri, Dominum”, che aveva imparato a Nagasaki durante l’istruzione catechista.
Altri infine ripetevano: «Gesù! Maria!», con volto sereno. Alcuni esortavano anche i circostanti ad una degna vita cristiana; con questi e altri gesti simili dimostravano la loro prontezza di fronte alla morte.
Allora quattro carnefici cominciarono ad estrarre dal fodero le spade in uso presso i giapponesi. Alla loro orribile vista tutti i fedeli gridarono: «Gesù! Maria!» e quel che è più, seguì un compassionevole lamento di più persone, che salì fino al cielo. I loro carnefici con un primo e un secondo colpo, in brevissimo tempo, li uccisero.”
Nell’anno 1846, a Verona, un seminarista quindicenne leggendo il racconto di questo supplizio ne ricevette la prima forte spinta alla vita missionaria: è Daniele Comboni, futuro apostolo della “Nigrizia”, alla quale dedicherà vita e morte, tre secoli dopo san Paolo Miki.
Oggi come allora la storia non è cambiata e la persecuzione dei cristiani nel mondo avviene con la stessa crudeltà. Pensiamo ad esempio ai monaci di Tibhirine in Algeria che nel 2006 vengono decapitati da sicari musulmani o a Shahbaz Bhatti, cattolico, ministro per le Minoranze, difensore dei deboli e degli emarginati, ucciso a Islamabad dai Talebani pakistani nel 2011.
Non possiamo non ricordare le parole che Benedetto XVI ha pronunciato all’Angelus in piazza S. Pietro per onorarne la memoria “Chiedo al Signore Gesù che il commovente sacrificio della vita del Ministro pakistano Shahbaz Bhatti svegli nelle coscienze il coraggio e l’impegno a tutelare la libertà religiosa di tutti gli uomini e, in tal modo, a promuovere la loro uguale dignità”.
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