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Corresponsabili si diventa: e questo è il momento

L’emergenza sanitaria che l’Italia sta attraversando ha messo ancora una volta in luce un tratto distintivo del nostro Paese che, purtroppo, si riunifica solo di fronte a scenari straordinari: è la dimensione della generosità, quella con cui tanti cittadini e imprese hanno deciso di sostenere di tasca propria ospedali, protezione civile, fondi istituiti da Comuni e Regioni, anche con campagne di raccolte fondi nate e diffuse online. I numeri importanti già raccolti in breve tempo dicono bene di questo approccio straordinario, che ci restituisce un senso di comunità anche e soprattutto nel momento del bisogno e sottolineano come, in questo momento di enorme incertezza sociale ed economica, prevalga comunque nella gran parte della popolazione la linea per cui si aiuta generosamente chi è in difficoltà, senza se e senza ma.

Anche le chiese fanno i conti con la crisi

Chissà quale sarebbe la reazione se portassimo questo discorso alle nostre comunità cristiane. Come adulti credenti siamo capaci di vedere il bisogno delle nostre chiese parrocchiali, anche e soprattutto in questo periodo?

Potrà sembrare inopportuno per qualcuno, eppure le ricadute economiche ci sono e ci saranno anche per le nostre amate parrocchie, così come per le nostre aziende, le nostre associazioni e cooperative. Inutile far finta di non vedere. Occorre lottare contro dei pregiudizi (a volte interni alla stessa chiesa) per cui la chiesa locale, la parrocchia appunto, è un mondo a parte, che non vive nel tempo e nel contesto in cui si trova, che non soffre con le persone che abitano quel territorio e che costituiscono la comunità locale. Come a dire che la fede è sganciata dalla vita reale: impossibile per un credente.

Senza dover abbracciare facili nostalgie, quando ci raccontiamo di “come erano belli i tempi in cui c’erano più persone a Messa”, dobbiamo ricordarci che le nostre comunità cristiane si tengono in piedi (più spesso, con qualche stampella) in maniera significativa con le entrate, frutto delle offerte per le celebrazioni e i sacramenti. Ma siccome No Messa = No Offerte, sono già parecchie settimane che le nostre chiese non hanno entrate o al massimo possono contare davvero qualche spicciolo di qualche candela accesa, da qualche intrepido cittadino che ha osato compilare l’autocertificazione del Ministero dell’Interno, usando la motivazione: preghiera personale in chiesa.

Ma che dire più in generale della vita parrocchiale anche fuori dalle Messe, con i nostri oratori che possono andare avanti anche perché ricevono entrate dal bar, dalle feste o dalle sagre, e così via. Le comunità cristiane si sono sempre autosostenute grazie a una fitta rete di generosità locale, ma il grande rischio di questi tempi è che venendo a mancare la componente della socialità, venga meno anche la componente della corresponsabilità.

Educarsi alla corresponsabilità

È una componente più invisibile e dobbiamo in generale rieducarci come cristiani a non vedere questa cosa della corresponsabilità come l’ennesimo, faticoso, estemporaneo gesto di tirare fuori dalle nostre tasche qualche euro da mettere nel cestino delle offerte a Messa o nella cassetta in chiesa. È molto di più!

È innanzitutto un fatto comunitario, per l’appunto. Il bilancio di una parrocchia non è solo una questione del parroco o del Consiglio per gli Affari Economici, è una questione di tutti noi, anche se non abbiamo mai studiato economia. Riguarda l’idea che abbiamo di comunità, “da vivere in termini di solidarietà non soltanto affettiva ma effettiva, partecipando, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno, all’edificazione storica e concreta della comunità ecclesiale e assumendo con convinzione e con gioia le fatiche e gli oneri che essa comporta” (Sovvenire alle necessità della Chiesa. Comunione e corresponsabilità dei fedeli, Episcopato Italiano, 1988).

La corresponsabilità non va confusa con una sorta di scambio paritetico: siccome la Chiesa mi aiuta nella mia crescita spirituale senza chiedermi nulla, allora in cambio lascio un obolo volontario come ringraziamento. No! Se crediamo nella comunità, ci impegniamo a sostenerla con quello che possiamo, ma desiderosi e convinti di farlo, anche senza il prete che ce lo ricorda: la nostra coscienza cristiana non dovrebbe dimenticarsi, quando si pianificano le prossime spese in famiglia, della comunità religiosa a cui apparteniamo.

È, infine, una questione di coinvolgimento: se ognuno di noi versasse il suo piccolo contributo e convincesse qualcun altro a fare la sua parte, verrebbe meno la nostra illusione di appartenere a un club esclusivo di benefattori della Chiesa ed emergerebbe una situazione in cui tutti ci sentiamo piccoli ma importanti mattoncini che compongono le mura della nostra casa. Già, perché la Chiesa è la nostra casa, e come nei nostri condomini ci dimeniamo nelle assemblee, per fare in modo che i nostri soldi vengano impiegati per la migliore manutenzione degli immobili di tutti, potremmo attivarci in parrocchia per conoscere il bilancio economico e comprendere le scelte che vengono fatte, e perché no partecipare, suggerire, consigliare interventi migliorativi per la casa di tutti, che è anche casa nostra.

Ultimo imprevisto a Turro

A Turro, tra l’altro, sembra che stiano incalzando una serie di sfortunate coincidenze, considerando gli ultimi imprevisti che riguardano la casa parrocchiale. Dopo l’allagamento della scorsa estate (che aveva compromesso la sala stampa, ora finalmente imbiancata e rimessa in funzione), nelle scorse settimane si è verificato un altro spiacevole quanto consistente danno nelle cantine parrocchiali: le pompe delle fognature si sono rotte, causando un allagamento dei locali cantine con conseguente intervento della ditta di spurghi, che per alcuni giorni ha lavorato per rimuovere tutto. È stata già attivata la ditta di manutenzione degli impianti elettrici, perché andrà rifatto tutto l’impianto del piano cantine e, dai primi rilievi fatti dai tecnici, ci aspetterà una spesa straordinaria di parecchie migliaia di euro nei prossimi mesi: cifra che aggrava il già difficile bilancio parrocchiale e che ci preoccupa anche alla luce dei mancati introiti di queste settimane.

Quel che rimane della pompa delle fognature nei locali cantina

Più in generale, è ormai evidente che tutto l’edificio della casa parrocchiale, che ha più di 50 anni, necessita di un piano straordinario per mettere a norma e in sicurezza i tanti ambiti su cui siamo deficitari. Ci stiamo lavorando. Sia chiaro che le inefficienze di questo stabile non dipendono dalla negligenza di qualche parroco o di qualche fornitore, ma semplicemente perché, a differenza dei nostri condomini, tutti noi ci dimentichiamo della cura di questi spazi… fino a quando non succede qualcosa. Il mondo va avanti, evolve, e così come i nostri condomini, dopo 50 anni anche questo grande edificio necessita di un lavoro importante di manutenzione, ma prima ancora di una consapevolezza interiore da parte di ogni membro di questa comunità che si chiede: e io, come singolo, come coppia, come famiglia, cosa posso donare con convinzione alla mia comunità?

Come adottare la parrocchia, concretamente

La Chiesa italiana, tramite la Conferenza Episcopale, si sta impegnando in prima persona nel sostenere in maniera straordinaria tutte quelle attività rivolte ai più poveri, che non possono fermarsi anche in situazioni compromesse, come quelle delle Caritas diocesane o del Banco Alimentare. Nel caso della parrocchia di Turro, nonostante la sospensione delle attività e delle celebrazioni, le strutture principali della casa parrocchiale rimangono attive: l’amministrazione e la segreteria sono aperte, i sacerdoti così come i ministri straordinari dell’eucarestia esprimono vicinanza a chi ha bisogno, magari anche solo con una telefonata o una mail, insieme alla preghiera comunitaria che tutti noi parrocchiani stiamo condividendo. La Conferenza di San Vincenzo parrocchiale, poi, sta continuando a preparare i suoi “pacchi alimentari” per le famiglie più fragili del nostro territorio. La solidarietà cristiana non si ferma mai. Per questo a noi è chiesto di fare la nostra parte sostenendo la comunità cristiana di cui facciamo parte.

I modi sono tanti, anche in questi tempi di isolamento forzato. Oltre ai “classici” bonifici bancari, si possono utilizzare gli stessi metodi di pagamento con cui ogni giorno compriamo online: carta di credito, Paypal, addirittura pagamenti col telefono con Satispay, Apple Pay o Google Pay. Tutto nella massima sicurezza e velocità, come qualche generoso può già testimoniare.

Si può sempre scegliere liberamente l’importo della propria donazione, e per chi lo desidera è possibile anche garantire l’anonimato del donatore. Ma proviamo a pensare se anziché una donazione “una tantum”, ci attivassimo tutti nel costruire una rete solidale, adottando la nostra comunità e impegnandoci in una donazione ricorrente, ad esempio ogni mese.

Vogliamo fare qualche esempio? Proviamoci:

  • Una persona che frequenta costantemente la nostra parrocchia, se è abituata a fare un’offerta (cosa non scontata) solitamente mette nel cestino delle offerte una cifra (ottimisticamente) vicina a 1€. In un mese, se non va via per qualche weekend, offre alla parrocchia circa 4€. Già solo se questa persona decide di donare, utilizzando la propria carta di credito, 5€ al mese in automatico, la parrocchia riceve una donazione sicura (al netto della presenza in chiesa e delle monetine disponibili nel portafoglio), di valore più alto del 25%. Immaginate l’effetto moltiplicato su altre 500 persone.
  • Una famiglia che deve già affrontare le spese del mutuo, dell’auto e di tante altre questioni importanti potrebbe decidere di destinare 10€ ogni mese anche alla comunità. Immaginate l’effetto con 100 famiglie che fanno altrettanto: vuol dire garantire alla parrocchia la certezza di un’entrata di 1000€ al mese, o di 12.000€ all’anno. Non è poco.

Se tutti facessimo la nostra piccola parte ce la faremmo anche a mantenere in piedi con qualche stampella in meno la parrocchia e di conseguenza tutte le sue attività.

Photo by Akira Hojo on Unsplash

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